Fabio Picariello

Dolore: 1. Qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico; 2. Patimento dell’animo, strazio, sofferenza dell’animo.

Puoi fermarti qui alla definizione del vocabolario Treccani e non avrai molto da aggiungere.

Oppure, puoi provare ad andare oltre la definizione che per sua natura – come ogni definizione – apre ma chiude: chiarisce, determina, spiega; ma anche delimita, chiude, non apre ad altre visioni.

Partiamo da noi: tutti hanno sperimentato e sanno cosa è il dolore, piccoli e grandi, poveri e ricchi, istruiti e non. Quando ti fa male la testa, lo stomaco, la schiena … Quando psicologicamente o nell’animo soffri per una delusione d’amore, una relazione, un lutto, un disagio sociale … Quando provi insieme dolore fisico e psicologico.

Pochi, forse, si chiedono dove nasce il dolore, a cosa serve e perché soffriamo per uno stesso evento in modi e intensità diversi.

Il dolore fisico è un segnale della natura che nasce, viene codificato e poi trasmesso al cervello dai nocirecettori, neuroni specializzati del corpo che rilevano stimoli interni o esterni (meccanici, chimici e termici) potenzialmente dannosi.

Se non esistesse il dolore fisico, come molti desidererebbero, ogni giorno rischieremmo di morire. L’analgesia genetica è una rara malattia per cui il sistema nervoso non riesce a percepire dolore e temperatura; il rischio mortale è quello di subire gravi lesioni interne o esterne, bruciarsi una mano, un’appendicite ma non sentire nulla e non intervenire.

Il dolore serve per la tua sopravvivenza, ti avverte che “sei in pericolo” che devi fare qualcosa per non soccombere.

E cosa dire del dolore psichico, affettivo spesso più intenso e lungo di quello fisico? Lo vediamo ora insieme.

Nei miei studi in materia di neuroscienze, mi ha colpito la “Teoria a neuromatrice del dolore” di Donald Melzack nata alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e meglio definita negli anni ’90; voglio condividerla con te in parte, come punto di partenza per offrirti un’altra visione del dolore.

Mi soffermo sulla “neuromatrice”, teorizzata come una rete neurale del cervello connessa e complessa che genera la Multidimensionalità del dolore:

  1. dimensione fisica – percettiva: es. mi fa male la schiena, lo sento nel corpo
  2. dimensione affettiva – emozionale: es. l’emozione di disagio, tristezza, irritazione conseguente al dolore fisico o anche indipendente da esso
  3. dimensione cognitiva-valutativa: il significato che attribuiamo al dolore e che ha una valenza culturale; es., l’evento della morte che porta al lutto, in Occidente è ritualizzato in un funerale con pianto e espressione di dolore individuale e collettivo.

In altre culture (es. Messico o Giappone) è celebrato con musica, festa e cibo perché felice è il passaggio dalla vita alla morte che non significa, culturalmente, la fine.

È questa multidimensionalità costituita da fattori diversi (genetici, emozionali e cognitivi) che determina perché soffriamo per lo stesso evento in modi ed intensità non uguali.

Ora, prova a pensare ad una tua esperienza di dolore, presente o recente, e cerca di cogliere queste tre dimensioni, tra loro distinte. Usando attenzione, ascolto senza giudizio e consapevolezza, potrai individuarle e sentirle; punto di partenza per instaurare una modalità di relazione al dolore più positiva.

Spesso, invece, mischiamo, sovrapponiamo queste dimensioni, perché il dolore è dolore e basta, copre tutto, non lo posso accettare e sopportare, deve passare il più presto possibile perché ferma i miei quotidiani e irrinunciabili “da fare”. La nostra società di consumi è educata alla ricerca del piacere, specie quello effimero, e non all’esistenza del dolore. Lo nasconde, lo evita, lo rifiuta, lo combatte, lo teme.

Ma la buona nuova è che esiste la possibilità di scegliere un modo diverso per relazionarsi al dolore:

sì, perchè la Cura non è solo farmacologia (pure utile e a volte necessaria) ma è Prendersi cura della relazione che scegliamo di avere con il nostro dolore in ognuna delle sue tre dimensioni, fisica, emozionala e cognitiva.

Per te qualche spunto di riflessione per andare oltre la definizione di dolore del vocabolario.

  • Il dolore e la sofferenza sono la vita stessa, ineliminabili; ma utili non solo, come sopra visto, alla sopravvivenza della specie ma anche, come leggerai sotto, per riorientare al meglio le tue scelte e credenze.
  • Negare, evitare, nascondere il dolore è il tuo primo passo per stagnare in esso, infelicemente e passivamente.
  • Accettarlo, riconoscerlo ed attraversarlo – con il coraggio di chiedere aiuto quando serve – è invece il tuo primo passo per gestirlo al meglio in una relazione più sana e meno “dolorosa”.
  • Quando soffri, poni attenzione alle tre dimensioni del dolore.
    Stai soffrendo per un dolore fisico?
    Stai anche soffrendo o solamente soffrendo per un dolore emozionale?
    Quale significato stai dando, se lo stai dando, a questo dolore?
  • Il dolore fisico – percettivo puoi spesso attenuarlo con i farmaci, ma puoi anche scegliere di ascoltarlo per scoprire che:
    il tuo corpo ti sta dicendo “Basta, fermati, mi hai usurato troppo”;
    una malattia è arrivata per farti cambiare l’ordine delle cose che consideri importanti nella vita e per farti sentire col corpo che davanti a te non hai l’eternità.
  • Il dolore affettivo – emozionale è una dimensione diversa da quella fisica e da questa va separata. Senti tristezza, angoscia, rabbia, risentimento per una separazione relazionale, per una promozione che al lavoro non ti hanno dato o per un dolore fisico che stai provando
    Le emozioni negative vanno e vengono, ma se rimangono troppo con noi evolvono in sentimenti duraturi e deleteri. Devi prima accettarle, riconoscerle dando loro il giusto nome (es. rabbia non è ansia) e comprenderne le radici. Anche qui puoi scoprire che: dietro una separazione ci sono anni in cui è stato evitato ogni confronto/scontro paradossalmente proprio per non soffrire;la tua mancata promozione è in parte frutto di aspettative non ancora realistiche ma ti ha insegnato che eri troppo identificato con il tuo ruolo lavorativo mentre fuori tua figlia ti aspettava al parco giochi e le stelle desideravano meravigliarti;
    ti sei sempre allenato per un corpo prestante, tonico e muscoloso senza fare i conti con la fragilità dell’esistenza umana.
  • Il dolore cognitivo – valutativo è il significato razionale e culturale che dai – o vuoi evitare di dare – al dolore che stai vivendo. Spiegazioni, molte volte superficiali o che incolpano altro o altri: Mi è successo perché sono sfortunato, È colpa del mio capo che mi mette sotto pressione, Ecco la vita mi ha punito perché mi sono comportato male. Qui con autenticità e attenzione consapevole senza giudizio, puoi scoprire che il dolore è arrivato e basta, fa parte della vita stessa ma puoi trasformarlo in pausa di riflessione per osservarti in silenzio, per ascoltare cosa emerge quando sei bloccato “a non fare nulla”.
  • Anche quando il dolore è cronico, senza nome e/o causa organica riconosciuta, come un dolore lancinante e continuo alla schiena classificato come psicogeno, puoi scegliere di affrontarlo non fissandoti solo sul dolore fisico in sé, ma allargando la visione alla sua multidimensionalità; ad esempio al suo aspetto emozionale-relazionale, iniziando un percorso di mindfulness con ascolto del corpo che – diversi studi scientifici – hanno dimostrato essere efficace nel cambiare la nostra percezione verso il dolore e la vita in genere.

Chiudo con un cenno all’antica Grecia, a me cara perché illuminante in fatto di Sapienza nel vivere. Il Dolore era considerato un fatto inevitabile dell’uomo, da accettare con coraggio e dignità, ma anche un potente strumento di apprendimento: insegnava il senso del limite e della fragilità umana, utile contraltare al pericoloso senso di onnipotenza e tracotanza (ricordi la fine di Icaro che volando osa infrangere l’avvertimento del padre Dedalo di non avvicinarsi troppo al sole?).

Indugiare nel dolore significa darsi la possibilità di conoscere sé stessi e di rivedere le certezze che abbiamo costruito sulla sabbia per riordinarle e ancorarle a radici più profonde; significa evolvere verso una vita diversa in cui il dolore rimane ma noi abbiamo imparato a prenderci cura di tutte e tre le sue dimensioni e non solo di quella fisica.