Coaching Relazionale e SessualitàIl punto cieco che sta sabotando le relazioni

Coaching Relazionale e Sessualità
Il punto cieco che sta sabotando le relazioni

Francesco Rossi Caselli

C’è una domanda che pongo spesso alle persone quando parlano della loro relazione: qual è, la situazione che vuoi superare?

La risposta arriva quasi sempre immediata, come se fosse già pronta da tempo. Si parla di comunicazione che non funziona, di litigi frequenti, di desiderio che si è spento, di una sessualità diventata rara o assente.

Tutto sembra chiaro, lineare. Eppure, proprio lì, si nasconde il primo grande equivoco.

Quella che viene portata non è quasi mai la vera radice, ma il suo segnale.

La difficoltà sessuale, il conflitto, la distanza emotiva non rappresentano il nucleo della questione: sono indicatori. Indicatori di qualcosa di più profondo che si muove sotto la superficie.

Se osserviamo la situazione attraverso una lente clinica, emerge come ciò che vediamo sia molto spesso, solo la punta di un sistema complesso, composto da fattori biologici, psicologici, relazionali e culturali che si intrecciano tra loro.

Dentro questo sistema, inoltre, si inseriscono i tentativi di soluzione che le persone mettono in atto.

Ed è qui che accade qualcosa di paradossale: spesso sono proprio questi tentativi a mantenere attivo ciò che non funziona.

Più si cerca di risolvere, più si finisce, senza accorgersene, per alimentare gli stessi schemi.

Quando una relazione attraversa una fase delicata, raramente esiste una sola causa.

Piuttosto, si crea un circuito, un meccanismo che si autoalimenta nel tempo. Non è qualcosa che accade all’improvviso, ma qualcosa che si costruisce progressivamente.

Una persona può iniziare a sentirsi in ansia, l’ansia porta al controllo, il controllo riduce la spontaneità, la spontaneità diminuisce e lascia spazio all’insoddisfazione… che a sua volta alimenta l’ansia. Oppure la distanza emotiva cresce, il desiderio si riduce, si inizia a evitare il contatto, emergono i conflitti e la distanza si rafforza ulteriormente. Non si tratta di eventi isolati, ma di dinamiche che si ripetono.

Finché non si lavora su queste dinamiche, il rischio è quello di replicare gli stessi schemi, anche cambiando partner, contesto o strategie.

Ed è proprio qui che emerge una delle dimensioni più spesso evitata: la sessualità. Non perché non sia importante, ma perché non è facile. È ricca di significati, aspettative e condizionamenti. Non riguarda solo il corpo, ma anche la mente, la relazione, la cultura e il contesto. È un sistema integrato, e basta che uno solo di questi livelli si modifichi perché l’intero equilibrio ne risenta.

Per questo motivo, ciò che viene definito “problema sessuale” è spesso il modo attraverso cui il sistema segnala che qualcosa, altrove, non sta funzionando.

Molte persone arrivano con una domanda che non viene espressa apertamente, ma che si percepisce chiaramente: sono normale?

È una domanda molto diffusa. Le convinzioni sulla sessualità, infatti, raramente nascono da un’esperienza autentica e personale. Più spesso derivano da modelli appresi: pornografia, aspettative culturali, esperienze passate, confronto con gli altri.

Anche contenuti apparentemente educativi possono introdurre standard estetici o prestazionali che finiscono per influenzare profondamente il vissuto individuale.

Ad un certo punto accade qualcosa di sottile ma decisivo: si smette di sentire e si inizia a performare.

Il corpo non viene più vissuto, ma osservato, controllato, valutato.

In ambito clinico questo fenomeno è noto come spectatoring: una sorta di scissione in cui la persona esce da sé stessa mentre è dentro l’esperienza. E quando questo accade, il corpo si blocca. Non perché non sia in grado di funzionare, ma perché è sottoposto a controllo. E il piacere, per sua natura, nasce dalla presenza.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il contesto. Le relazioni non esistono nel vuoto. Vivono all’interno di ambienti, ritmi, abitudini. Se una persona è immersa in un contesto che richiede molte energie, fatto di lavoro stressante con poche pause, spazi poco rigeneranti e carico mentale elevato, tutto questo non resta confinato a quell’ambito. Entra nella relazione, nel corpo, nella sessualità, modificandone l’equilibrio.

A questo punto la prospettiva cambia: il punto non è la relazione in sé, ma il sistema in cui quella relazione è inserita. E finché si continua a lavorare esclusivamente sulla comunicazione, senza considerare il sistema più ampio, i cambiamenti rischiano di essere temporanei.

È qui che il lavoro del coach non basta più ma si deve fare riferimento a figure professionali come il consulente sessuale/sessuologo che hanno una visione olistica della persona e della coppia. Non si tratta più semplicemente di insegnare cosa dire o come comunicare meglio, ma di aiutare le persone a vedere ciò che stanno alimentando senza rendersene conto.

Molte dinamiche, infatti, sono automatiche: bias cognitivi, schemi ripetitivi, ricerca di conferme, attaccamento allo status quo. Meccanismi che persistono anche quando generano sofferenza.

Ogni relazione si muove costantemente tra due forze: stabilità e attrazione. La stabilità offre sicurezza, l’attrazione porta vitalità. Quando uno dei due poli prende più spazio, l’equilibrio cambia. Molta stabilità può generare noia e staticità; molta attrazione può portare instabilità. Molte fasi di crisi nascono proprio da questo movimento.

Diventa allora evidente che non basta parlare, capire o impegnarsi di più. Serve un lavoro diverso: riconoscere i circuiti che si sono creati, interrompere gli automatismi, tornare a una presenza autentica nel corpo e ridefinire il contesto in cui si vive.

È in questa direzione che si inserisce un approccio realmente integrato. Non teorico, ma concreto. Un approccio che considera la persona nella sua totalità: mente, corpo, relazione, ambiente e stile di vita. Perché il benessere non appartiene a una singola dimensione, ma è il risultato di un equilibrio dinamico tra più livelli.

A quel punto, anche l’obiettivo cambia. Non si tratta più di “aggiustare” ciò che non funziona, ma di trasformare il modo in cui si vive: nel corpo, nelle relazioni, negli spazi.

E forse la domanda più utile, a questo punto, non è più “come posso migliorare la mia relazione?”.

Ma un’altra, più profonda: quale sistema sto continuando ad alimentare, senza accorgermene?

Perché è proprio lì che può iniziare il vero cambiamento.

Il dolore. Prendersi cura delle sue dimensioni

Il dolore. Prendersi cura delle sue dimensioni

Fabio Picariello

Dolore: 1. Qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico; 2. Patimento dell’animo, strazio, sofferenza dell’animo.

Puoi fermarti qui alla definizione del vocabolario Treccani e non avrai molto da aggiungere.

Oppure, puoi provare ad andare oltre la definizione che per sua natura – come ogni definizione – apre ma chiude: chiarisce, determina, spiega; ma anche delimita, chiude, non apre ad altre visioni.

Partiamo da noi: tutti hanno sperimentato e sanno cosa è il dolore, piccoli e grandi, poveri e ricchi, istruiti e non. Quando ti fa male la testa, lo stomaco, la schiena … Quando psicologicamente o nell’animo soffri per una delusione d’amore, una relazione, un lutto, un disagio sociale … Quando provi insieme dolore fisico e psicologico.

Pochi, forse, si chiedono dove nasce il dolore, a cosa serve e perché soffriamo per uno stesso evento in modi e intensità diversi.

Il dolore fisico è un segnale della natura che nasce, viene codificato e poi trasmesso al cervello dai nocirecettori, neuroni specializzati del corpo che rilevano stimoli interni o esterni (meccanici, chimici e termici) potenzialmente dannosi.

Se non esistesse il dolore fisico, come molti desidererebbero, ogni giorno rischieremmo di morire. L’analgesia genetica è una rara malattia per cui il sistema nervoso non riesce a percepire dolore e temperatura; il rischio mortale è quello di subire gravi lesioni interne o esterne, bruciarsi una mano, un’appendicite ma non sentire nulla e non intervenire.

Il dolore serve per la tua sopravvivenza, ti avverte che “sei in pericolo” che devi fare qualcosa per non soccombere.

E cosa dire del dolore psichico, affettivo spesso più intenso e lungo di quello fisico? Lo vediamo ora insieme.

Nei miei studi in materia di neuroscienze, mi ha colpito la “Teoria a neuromatrice del dolore” di Donald Melzack nata alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e meglio definita negli anni ’90; voglio condividerla con te in parte, come punto di partenza per offrirti un’altra visione del dolore.

Mi soffermo sulla “neuromatrice”, teorizzata come una rete neurale del cervello connessa e complessa che genera la Multidimensionalità del dolore:

  1. dimensione fisica – percettiva: es. mi fa male la schiena, lo sento nel corpo
  2. dimensione affettiva – emozionale: es. l’emozione di disagio, tristezza, irritazione conseguente al dolore fisico o anche indipendente da esso
  3. dimensione cognitiva-valutativa: il significato che attribuiamo al dolore e che ha una valenza culturale; es., l’evento della morte che porta al lutto, in Occidente è ritualizzato in un funerale con pianto e espressione di dolore individuale e collettivo.

In altre culture (es. Messico o Giappone) è celebrato con musica, festa e cibo perché felice è il passaggio dalla vita alla morte che non significa, culturalmente, la fine.

È questa multidimensionalità costituita da fattori diversi (genetici, emozionali e cognitivi) che determina perché soffriamo per lo stesso evento in modi ed intensità non uguali.

Ora, prova a pensare ad una tua esperienza di dolore, presente o recente, e cerca di cogliere queste tre dimensioni, tra loro distinte. Usando attenzione, ascolto senza giudizio e consapevolezza, potrai individuarle e sentirle; punto di partenza per instaurare una modalità di relazione al dolore più positiva.

Spesso, invece, mischiamo, sovrapponiamo queste dimensioni, perché il dolore è dolore e basta, copre tutto, non lo posso accettare e sopportare, deve passare il più presto possibile perché ferma i miei quotidiani e irrinunciabili “da fare”. La nostra società di consumi è educata alla ricerca del piacere, specie quello effimero, e non all’esistenza del dolore. Lo nasconde, lo evita, lo rifiuta, lo combatte, lo teme.

Ma la buona nuova è che esiste la possibilità di scegliere un modo diverso per relazionarsi al dolore:

sì, perchè la Cura non è solo farmacologia (pure utile e a volte necessaria) ma è Prendersi cura della relazione che scegliamo di avere con il nostro dolore in ognuna delle sue tre dimensioni, fisica, emozionala e cognitiva.

Per te qualche spunto di riflessione per andare oltre la definizione di dolore del vocabolario.

  • Il dolore e la sofferenza sono la vita stessa, ineliminabili; ma utili non solo, come sopra visto, alla sopravvivenza della specie ma anche, come leggerai sotto, per riorientare al meglio le tue scelte e credenze.
  • Negare, evitare, nascondere il dolore è il tuo primo passo per stagnare in esso, infelicemente e passivamente.
  • Accettarlo, riconoscerlo ed attraversarlo – con il coraggio di chiedere aiuto quando serve – è invece il tuo primo passo per gestirlo al meglio in una relazione più sana e meno “dolorosa”.
  • Quando soffri, poni attenzione alle tre dimensioni del dolore.
    Stai soffrendo per un dolore fisico?
    Stai anche soffrendo o solamente soffrendo per un dolore emozionale?
    Quale significato stai dando, se lo stai dando, a questo dolore?
  • Il dolore fisico – percettivo puoi spesso attenuarlo con i farmaci, ma puoi anche scegliere di ascoltarlo per scoprire che:
    il tuo corpo ti sta dicendo “Basta, fermati, mi hai usurato troppo”;
    una malattia è arrivata per farti cambiare l’ordine delle cose che consideri importanti nella vita e per farti sentire col corpo che davanti a te non hai l’eternità.
  • Il dolore affettivo – emozionale è una dimensione diversa da quella fisica e da questa va separata. Senti tristezza, angoscia, rabbia, risentimento per una separazione relazionale, per una promozione che al lavoro non ti hanno dato o per un dolore fisico che stai provando
    Le emozioni negative vanno e vengono, ma se rimangono troppo con noi evolvono in sentimenti duraturi e deleteri. Devi prima accettarle, riconoscerle dando loro il giusto nome (es. rabbia non è ansia) e comprenderne le radici. Anche qui puoi scoprire che: dietro una separazione ci sono anni in cui è stato evitato ogni confronto/scontro paradossalmente proprio per non soffrire;la tua mancata promozione è in parte frutto di aspettative non ancora realistiche ma ti ha insegnato che eri troppo identificato con il tuo ruolo lavorativo mentre fuori tua figlia ti aspettava al parco giochi e le stelle desideravano meravigliarti;
    ti sei sempre allenato per un corpo prestante, tonico e muscoloso senza fare i conti con la fragilità dell’esistenza umana.
  • Il dolore cognitivo – valutativo è il significato razionale e culturale che dai – o vuoi evitare di dare – al dolore che stai vivendo. Spiegazioni, molte volte superficiali o che incolpano altro o altri: Mi è successo perché sono sfortunato, È colpa del mio capo che mi mette sotto pressione, Ecco la vita mi ha punito perché mi sono comportato male. Qui con autenticità e attenzione consapevole senza giudizio, puoi scoprire che il dolore è arrivato e basta, fa parte della vita stessa ma puoi trasformarlo in pausa di riflessione per osservarti in silenzio, per ascoltare cosa emerge quando sei bloccato “a non fare nulla”.
  • Anche quando il dolore è cronico, senza nome e/o causa organica riconosciuta, come un dolore lancinante e continuo alla schiena classificato come psicogeno, puoi scegliere di affrontarlo non fissandoti solo sul dolore fisico in sé, ma allargando la visione alla sua multidimensionalità; ad esempio al suo aspetto emozionale-relazionale, iniziando un percorso di mindfulness con ascolto del corpo che – diversi studi scientifici – hanno dimostrato essere efficace nel cambiare la nostra percezione verso il dolore e la vita in genere.

Chiudo con un cenno all’antica Grecia, a me cara perché illuminante in fatto di Sapienza nel vivere. Il Dolore era considerato un fatto inevitabile dell’uomo, da accettare con coraggio e dignità, ma anche un potente strumento di apprendimento: insegnava il senso del limite e della fragilità umana, utile contraltare al pericoloso senso di onnipotenza e tracotanza (ricordi la fine di Icaro che volando osa infrangere l’avvertimento del padre Dedalo di non avvicinarsi troppo al sole?).

Indugiare nel dolore significa darsi la possibilità di conoscere sé stessi e di rivedere le certezze che abbiamo costruito sulla sabbia per riordinarle e ancorarle a radici più profonde; significa evolvere verso una vita diversa in cui il dolore rimane ma noi abbiamo imparato a prenderci cura di tutte e tre le sue dimensioni e non solo di quella fisica.

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